Lo spettacolo non è finito. E’ semplicemente alla sua seconda edizione – come dice Laurent – pronto per colpire Tokyo il prossimo anno. Con questa notizia salute tutti alla fine della performance di venerdì notte. Questi ultimi due giorni sono stati la restituzione pubblica del lavoro che artisti visivi e musicisti hanno creato e sviluppato questa settimana, ognuno dalla propria parte, per poi scoprire essi stessi solo l’ultima sera se la performance consisterà in un’analogia o in un contrasto.
Giovedì Ericailcane, DEM e Will Barras si incontrano allo Stolen Space nell’area di Brick Lane, dove quest’ultimo mese è stata ospitata la mostra dei loro lavori (realizzati in precedenza). Tre pannelli in legno sono appoggiati al muro esterno della galleria d’arte. Entro nella galleria e vedo per la prima volta la mostra. Per diverse ragioni, mi rendo conto che mi piacciono tutti – lo stile di ciascuno, per qualche diversa ragione, suona famigliare ai miei interessi, ai miei scopi, o alla mia vita.
Se mi fossi rapportata inizialmente al progetto visitando la mostra, sarei stata molto sorpresa dall’idea di far lavorare questi tre artisti visivi insieme. I loro lavori’ sono decisamente distanti l’uno dall’altro, in termini di soggetto, di disegno, di tecnica e di materiali impiegati. Nonostante ciò, li ho già visti lavorare insieme questa settimana e ho potuto comprendere quanto si completino reciprocamente nel momento in cui ciascuno attenua il proprio stile personale per raggiungere un’armonia finale a livello collettivo. Vedo nel visivo ciò che Om Unit mi ha detto a proposito del lavoro che stavano facendo sulla musica.
Un certo numero di persone sta ritrovandosi nello spazio della galleria per visitarla, beve una birra, parla con i tre. la galleria. Fori fa terribilmente freddo, ma il numero dei visitatori aumenterà col passare del tempo. Intorno alle 7, DEB comincia a dipingere nel pannello centrale, seguito da Ericailcane alla sua sinistra e Will Barras alla sua destra. Non lavorano tutti insieme nello stesso momento: uno dipinge un pezzo del proprio pannello, e prende una pausa, nel frattempo un altro vi subentra e dipinge a sua volta un abbozzo del proprio pannello e così via. Il lavoro finale mostrerà tre diversi soggetti – uno per artista e per pannello – collegati reciprocamente, il risultato di nuovo di una danza nella quale si sono alternati per due ore.
Li rivedo venerdì, l’ultimo giorno. Hanno lavorato fino a tardi tutte le sere per realizzare abbastanza animazioni per lo showcase, quindi Hiraki vi ha ulteriormente lavorato sopra aggiungendo alter immagini e prendendo il controllo della performance. Dissimulando qualsiasi emozione, parlano rilassati con gli amici, bevono qualcosa e aspettano l’arrivo del pubblico al Corbet Place, un locale di dimensioni significative sempre nei pressi di Brick Lane. Sulle pareti nel lato destro del locale hanno appeso tre schermi le cui silhouette riecheggiano le animazioni che verranno proiettate al loro interno.
Laurent sta mettendo musica dalle 6, aspettando che arrivi l’ora esatta. Alle 9 un centinaio di persone assisterà alla performance che Laurent annuncia sommessamente – quasi non interrompendo il flusso del ritmo suonato sino a quel momento. Tatsuki comincia a suonare, subito seguito da Om Unit e quindi da Tayone. E’ tempo che comincino anche le immagini e le animazioni scorrono sullo schermo talvolta bianco, talvolta saturo di immagini naturali – le onde del mare, uccelli che volano sull’acqua, braci ardenti. L’effetto è di nuovo fluido: musica e immagini si mescolano perfettamente senza alcun contrasto, così come – la maggior parte delle volte – le stesse immagini tra loro.
La gente guarda con attenzione e si muove, sentendo il ritmo della musica e mostrando chiaramente d’aver voglia di ballare. Alcuni lo fanno. Nessuna espressione è migliore di quella dell’‘esperienza di flusso’ coniata da Csíkszentmihályi per descrivere “lo stato mentale del processo in cui una persona è completamente immersa in ciò che sta facendo, con una concentrazione specifica d’energia, un pieno coinvolgimento” e che in termini collettivi può essere applicata a performer e pubblico durante la messa in scena della performance.
45 minuti terminano in un secondo, ma Tayone continua a mixare I pezzi e così rende libere le persone di ballare – ora che lo showcase è terminato e quel po’ di tensione di scioglie in sorrisi aperti tra artisti, amici e pubblico. Laurent sommessamente – così come ha fatto all’inizio dello spettacolo – ringrazia tutti, quindi le voci si alzano nuovamente, commentano il successo del lavoro e vengono seguite da abbracci e risate. Potresti pensare che sia l’occasione per un incontro tra amici che per caso sono anche artisti di diversi paesi e con diverse competenze e modalità espressive – più che un evento artistico, cosa che è anche. Probabilmente è entrambe le cose, e l’una è l’alibi per l’altra…
Ma… Aspetta! Tutto questo non era scritto nell’introduzione e negli scopi di Original Cultures?
Incontro Alessandro davanti alla stazione ferroviaria di Dalston Kingsland a mezzogiorno. Laurent, colui col quale ho sinora intrattenuto i contatti via email con Original Cultures, arriverà più tardi. Il mio interesse verso il progetto nasce da un errore interpretativo rispetto alle intenzionalità del progetto e dell’associazione. Ma come spesso capita in questi casi, l’errore è foriero di una piacevole sorpresa, e mi ritrovo a discutere con Laurent, sulla base di quanto visto e letto online della realizzazione dell’analogo evento a Bologna lo scorso anno, come potrei parteciparvi. La proposta che mi viene fatta è quella di seguire il processo produttivo e di scriverne di questo per loro conto. Documentare il ‘dietro le quinte’ di una produzione artistica: cosa potrebbe esservi di più affascinate per un’antropologa che ama conoscere le persone, le motivazioni dietro le loro scelte e le ragioni di inspirazione, le modalità di relazione tra gli artisti e le finalità del loro lavoro, senza parlare della curiosità verso la crescita del medesimo progetto fino alla sua restituzione e condivisione pubblica? E quindi accetto felicemente.
Alessandro mi guida attraverso il mercato di Ridley Road fino allo studio di Hiraki Sawa, che contribuirà al progetto sia mettendo a disposizione il proprio spazio creativo, sia il proprio stesso contributo come artista visivo, a integrazione del lavoro di DEM, Ericailcane e Will Barras. E’ una bella giornata di sole in East London, ed è un viavai di gente di diversa origine culturale che gira tra i banchi in cui arrivano prodotti da tutto il mondo (e in particolare dall’area africana e caraibica, in questo quartiere). Ci facciamo strada tra tessuti nigeriani multicolori e donne nordafricane con bambini piccoli nei passeggini, ambulanti di fuochi d’artificio e bancarelle di banane, ocra, canna da zucchero e tuberi sconosciuti di varia forma. Un edificio a lato del mercato ospita alcuni studi, e tra questi quello di Hiraki, sede temporanea per il lavoro dei quattro artisti visuali.
Attraverso corridoi con funzione di ripostigli per giungere infine allo spazio in cui lavorano i nostri: una stanza grande ed estremamente luminosa, pochi materiali utili per il lavoro (pile di fogli A4, treppiede e macchina fotografica, penne, matite e lavagna luminosa) e su un tavolino a destra dell’ingresso tutto il necessario per prepararsi tazze di caffè e di the – come nella migliore tradizione d’ospitalità che ho già più volte verificato in questa Londra, spesso superficialmente liquidata come ‘capitale della solitudine’. Come sentirsi a casa anche al lavoro.
“Questa è una cosa importante” – dice Alessandro mentre mi spiega il progetto – “che loro [gli artisti] si sentano tranquilli, possano lavorare in modo efficace (perché hanno poco tempo, obiettivamente) ma senza stress, potendosi concentrare e vivendosela bene”. Che tutto proceda ‘morbido’, sia in termini produttivi che relazionali e questa è la prima sensazione che colgo – io che vengo da fuori e da un altro mondo esperienziale.
Il progetto consiste nel realizzare sagome e disegni dove questi ultimi, montati in stop-motion, restituiranno animazioni da proiettare insieme alle musiche per una durata complessiva di 45 minuti di showcase. Una sfida, considerato il breve tempo disponibile. Eppure questa giornata si sta svolgendo apparentemente senza stress. “Quanti soggetti farete?” – chiedo. “Tutti quelli che riusciamo a fare” – risponde DEM.
La delicatezza di questo equilibrato e continuo processo produttivo è tale che mi trattengo dal fare domande per non rompere l’incanto di una situazione che funziona – io che mi sto, man mano che guardo, elaborando la mia solita ‘scaletta’ di curiosità da soddisfare.
Laurent arriva con quantità ingenti di cibo, tra cui torte salate, patatine e pasta condita all’italiana con pomodoro e olive. Racconta le novità sul posto in cui fare la proiezione, tiene le fila degli accordi che man mano si stanno sviluppando, coordina i contatti per le varie soluzioni ancora da trovare.
Anche più tardi, nel pomeriggio, verranno illustrate difficoltà inaspettate e artisti e organizzatori lavoreranno insieme per trovare una soluzione valida. Ma il tutto nella tranquillità più estrema, non per superficialità quanto per – probabilmente – abitudine a lavorare con scadenze brevi e disseminate di imprevisti con i quali confrontarsi e trovare invisibili soluzioni rasenti l’artigianale.
L’artigiano nel nostro immaginario è l’artista che crea con pochi mezzi e che, a seguito di una competenza acquisita (se non conquistata) con la pratica, realizza prodotti che incantano da premesse semplici che diventano gioielli nelle sue mani. Come in una danza, i tre disegnano, colorano, dipingono, intagliano, ricalcano e poi – a coppie – fotografano, animano e commentano la riuscita dei ‘brani’ iniziali di queste sequenze. Come in una danza, in cui le parole per darsi istruzioni sono poche – perché l’affiatamento è una premessa già certa.
“Vorrei che ci lavorasse sopra come vuole lui, cioè, sono curioso di vedere cosa fa da delle cose molto semplici che gli do io. Oggi ha fatto un’animazione, da quello che gli avevo dato, che a me è piaciuta molto” – dice DEM su Hiraki ad Alessandro e Ericailcane. A cena tutto il gruppo di artisti, tanto quelli che si occupano della parte visiva, quanto quelli che si occupano di quella sonora, si ritrova, con l’ulteriore aggiunta di amici – abitualmente separati da confini e distanze – che per una sera partecipano e scherzano, come se si fossero separati il giorno prima.
Poi, lo stesso Marco, comincia timidamente a chiedergli informazioni e invita calorosamente Hiraki a lavorare su quello che lui gli può dare. Il rispetto reciproco è profondo, così come la curiosità di vedere come il lavoro di un’altra persona può trasformare e reinventare il tuo.
L’ultima considerazione della serata è di Om Unit: “Non abbiamo pensato a qualcosa che vogliamo comunicare a chi verrà, abbiamo solo deciso che sarà musica che si potrà ballare, anche se io faccio un certo tipo di cose, lui ne fa altre più estreme… però nessuno di noi è andato all’estremo di ciò che fa. Sappiamo vagamente ciò che faranno per la parte visiva, ma non ci stiamo influenzando reciprocamente. Se immagine e suono si fonderanno e andranno di pari passo bene, se saranno assolutamente in contrasto, bene lo stesso. Scopriremo come sarà quando faremo lo showcase”. Un lavoro di una squadra di artigiani già affiatata, ma curiosa di lasciare spazio al caso e incantarsi essa stessa del potenziale esito del sincretismo.
DEM prende un foglio A4, e ricomincia a disegnare occhi e bolle.
“Mono no aware (物の哀れ) è un termine giapponese usato per descrivere la consapevolezza della precarietà delle cose ed il lieve senso di rammarico che comporta il loro trascorrere.”
E’ cosi che ci si sente una volta accese le luci nel momento il cui Laurent chiede gentilmente al pubblico di lasciare il teatro perché è ora di chiudere…
Il termine giapponese è un po’ forte forse, ma rende bene l’idea se lo si associa ad un senso globale di soddisfazione e pace dei sensi tipico di quando si è esattamente dove si vorrebbe essere e nel momento più opportuno.
In poche parole: it’s the place to be.
Con oggi si chiude il cerchio, nei giorni passati gi artisti hanno creato, interagito e condiviso. Quello che gli spettatori hanno potuto vedere (che comunque non è poco) è solo una parte del lavoro; dietro a cui c’è un processo di creazione lontano dalle logiche di mercato e guidato dalla volontà e dal piacere di vivere l’arte con passione senza la ricerca forzata di risultati effimeri.
In questa giornata conclusiva gli artisti sono andati avanti con i lavoro in loco.
Per chi non c’era, quella che è stata realizzata è una scenografia all’interno e all’esterno dello spazio teatrale, nel cortiletto adiacente al Sì.
All’interno gli artisti hanno ricreato uno spettacolo di ombre cinesi in movimento, utilizzando come supporto, quattro giradischi settati su diverse velocità.
Sagome tagliate interamente a mano rese ancora più suggestive dall’uso del colore, proiettate sui muri, circondavano gli spettatori trasportati in un mondo magicamente ovattato.
Sul muro frontale, contemporaneamente, veniva proiettato un video, a cui gli artisti avevano precedentemente lavorato, in cui tutti i personaggi- ombra danzavano e si muovevano interagendo con il suono in un balletto meccanico che non poteva non coinvolgere chi partecipava alla performance.
A poche ora dalla conclusione posso dire che più che un semplice spettacolo, questo può essere definito come un esperimento di gesamtkunstwerk, un ritorno alla ricerca della totalità delle arti attraverso la loro fusione.
Artisti che si impossessano e danno forma agli spazi sia interni che esterni poiché, nonostante la stanchezza e il lavoro di montaggio, cutting e installazione di video e ombre, i cortile non è stato lasciato anonimo.
ERICAILCANE, DEM e WILL BARRAS hanno infatti intagliato tre sagome e riprendendo il tema delle ombre utilizzato per la scenografia interna, e hanno pensato di proiettarle su un grande muro creando qualcosa di veramente spettacolare e inatteso
Come se non bastasse, perché l’arte è evidentemente una forma di addiction, i tre artisti si sono concessi una parentesi pittorica di live painting in orario aperitivo, in cui si sono cimentati in un trittico incrociato con scambi di posizione e interventi sovrapposti utilizzando peraltro soltanto tre colori, nella totale semplicità ma regalando allo spazio un’opera d’arte veramente originale e significativa.
Questo intervento, nello specifico, ha attratto molti spettatori, e posso dire di esserne fiera per due motivi sostanziali: uno è legato al concetto di trasparenza che Original Cultures si è riproposto fin dal primo giorno, quello cioè di documentare e rendere totalmente visibili, dall’esterno, i processi creativi e le dinamiche organizzative del progetto; sia per coinvolgere il pubblico, sia per avere un valore aggiunto rispetto agli eventi pacchetto a cui ci hanno abituati, format standardizzati in cui gli artisti spesso suonano solo perché pagati e si propongono con un approccio sterile e privo di calore in un ritorno alle dinamiche di commissione che dovrebbero essere ormai superate da tempo.
L’altro motivo è legato all’approccio che Original Cultures ha volutamente cercato di instaurare con gli artisti coinvolti e con l’intero staff.
Fin dal giorno 1 si è creata tra tutti, artisti e non, una grande complicità, una sinergia che ha reso possibile a ciascuno di compiere il proprio lavoro nel migliore dei modi, senza la pesantezza data da un senso del dovere imposto dall’alto.
E il risultato mi pare quanto mai eloquente.
In questi giorni abbiamo pensato insieme, riflettuto, riso, mangiato gelati, cercato soluzioni ottimali a problemi inaspettati e non preventivati.
Nessuno di noi sapeva quale sarebbe stato il feedback del pubblico perché nessuno realmente sapeva in cosa sarebbe sfociato questo esperimento in diretta, questo tentativo di creare qualcosa dal basso, qualcosa che mettesse in relazione artisti tanto diversi e discipline tanto diverse.
Parlando con i visual artists è venuto fuori anche da parte loro lo stupore nel vedere come musica e installazioni fossero inconsapevolmente complementari andando ben oltre le aspettative.
Credo che situazioni del genere debbano andare ripetute, soprattutto in un paese come l’Italia, in cui la cultura e la sperimentazione artistica sono continuamente vittime dell’ingerenza da parte di finalità definite erroneamente “valori”; in cui l’arte, in tutte le sue modalità espressive si trova ad essere spesso soffocata dalla ricerca compulsiva del prodotto a scapito di quelli che sono i reali processi creativi che fanno l’opera finale.
Indirettamente, il nostro è stato un tentativo di recupero, Original Culture, come ricerca di recuperare i valori originali delle arti, quali la condivisione e la creatività non saturata dal mercato e dal business.
Se è vero che ogni stop è solo un altro start ci auguriamo tutti che questo sia solo l’inizio…attendiamo con ansia luglio…
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Da Alarico Mantovani.
I visual artists sono al lavoro già da un paio d’ore all’esterno, intenti a dipingere sui muri del cortile e a tramutarne l’atmosfera con magiche ombre cinesi, quando Tatsuki da il via allo show musicale all’interno del Sì. E’ un piacere constatare che l’afflusso è già notevole. In breve tempo i convenuti si assiepano intorno al palco, strategicamente allestito in mezzo al salone, circondandolo. In alto, ad ogni angolo sono sistemati profili di figurine rotanti realizzati ad hoc e le cui ombre, proiettate, danzano sui muri in un folle girotondo.
Il giapponese realizza un set solista incentrato su ritmiche assolutamente minimali, in cui ha messo in luce tutta la sua perizia nell’uso della strumentazione Korg, dal mixer Zero4 al Kaoss Pad. Una prova particolare la sua, che ha lasciato perplessi non pochi in sala ma che ha rivelato un’anima, un background ed un approccio culturale desueti, non soltanto tecnicismi.
Il testimone passa dunque a Jim 2Tall/Om Unit: i ritmi si alzano, le teste cominciano a muoversi, i beat iniziano a farsi più pesanti ed in questa ricerca tra nuova elettronica ed abstract hip hop si erge il remix di Digidesign di Joker, sicuramente uno dei pezzi del momento… comincio ad annuire, buon segno…
Il pubblico è ormai caldo quando arriva la portata principale: sul palco salgono tutti i musicisti coinvolti nel progetto. Tatsuki riprende la sua postazione, 2Tall resta al suo posto, salgono in pedana Tayone e Bruno Briscik, a tutti gli effetti il quarto membro di questa neonata formazione. Come ho già ricordato nelle precedenti cronache, il set che è stato preparato ex novo nel corso di questi giorni è assolutamente poliedrico e travalica il semplice turntablism. Ne avevo soppesato la capacità di intrattenimento e non avevo dubbi a riguardo: chi sarebbe stato presente si sarebbe divertito, se la sarebbe spassata. Così è stato, complice l’abbraccio della folla. Si passa così, come in una sorta di caleidoscopio stilistico di cui è impossibile descrivere ogni passaggio, da episodi più “dance” ai suoni più secchi e taglienti dell’electro-hop (con Jim alle keyboards a farla da padrone), da parentesi jazzy che esaltano il ruolo di Briscik sulle corde del suo violoncello elettrico e lo scratch morbido ed espressivo di Tayone (si ricompongono i Rajasful in altro contesto) sino a momenti di climax in cui i beat ed il boom bap si fanno davvero possenti e le sonorità addirittura abrasive e mi esce un “wow!” e attorno a me ragazze che approvano e fischiano come camionisti e la folla ondeggia e sembra di stare ad una festa di quartiere più che ad un classico concerto… l’empatia è reale, palpabile… Al termine è un’ovazione a sottolineare la bontà dell’operato.
La domanda che sorge spontanea è: verrà dato seguito a questa collaborazione? Lo spirito sperimentale dell’intera operazione Original Cultures non poteva lasciarmi con un punto interrogativo migliore di questo. Alla prossima.
Nuovo ingresso in formazione stamattina: Bruno Briscik, il carismatico violoncellista che fa coppia con Tayone nei Rajasful, è già all’opera con gli altri sul palco del San Leonardo. Quando entro in sala vengo letteralmente assalito da un suono hard e possente, con un Briscik in piena, molto hendrixiano, e gli altri che macinano come treni… wow! Con l’aggiunta di questo tassello il set è ormai pronto: Bruno suonerà in quattro dei pezzi del trio. Il live ha ormai una sua chiara fisionomia: in sostanza copre uno spettro molto ampio, composito e multiforme, che va dall’electro al funk attraverso atmosfere talvolta dance talvolta jazzy, con l’hip hop, più o meno astratto, sempre in filigrana o fortemente presente in qualità di impalcatura ritmica. La curiosità cresce…
Intermezzo.Tayone assurge ormai a mattatore. Esilarante quando snocciola la tracklist dei pezzi su cui si sono accordati: “Paglia”, “Dog Food”, “Non capisco”, “Pistacchio” e così via… Tatsuki e Jim 2Tall se la ghignano… ed io più di loro…
All’ora dell’aperitivo appuntamento alla libreria Modo Infoshop per la presentazione di Original Cultures, con tutte le voci dei protagonisti a raccontare l’idea progettuale e lo stato dell’opera ad un pubblico non straripante ma assai attento ed interessato… Ormai l’attenzione di tutti è già rivolta alla serata conclusiva, la summa di quest’inedita esperienza… Attendiamo trepidanti…
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Da Giorgia Soncin.
Originalcultures workshop day3
Terzo giorno di work in progress per i tre artisti che in questa giornata procedono nella realizzazione di idee e aggiungono tasselli alla composizione finale.
Una parte del lavoro si svolge presso lo studio di Ericailcane per poi spostarsi al Sì, dove lo spazio, una volta montati gli strumenti dei musicisti, ha già cambiato volto, e sarà presto popolato dai personaggi nati nelle giornate precedenti. Ciascuno di essi prenderà posizione preparandosi allo spettacolo di domani sera.
A vederlo, non ci si crede che in soli tre giorni sia stato possibile tutto questo, senza attività frenetiche e senza la pressione a cui siamo abituati, quello che si nota è sicuramente la sinergia che si è creata tra i tre, ed è evidente che il risultato finale sarà tutt’altro che scontato. E’ un’esperienza di vita oltre che artistica, basata sulla condivisione di idee e competenze tecniche ma anche sull’interazione tra le cosiddette “conoscenze tacite” che fanno parte del bagaglio culturale di ciascuno degli artisti che partecipano al progetto.
Si creano connessioni, le idee prendono forma superando le barriere stilistiche e linguistiche. L’arte, in tutte le sue manifestazioni si conferma come linguaggio universale oltrepassando, si direbbe, anche la dimensione temporale.
Lasciando un velo di mistero, possiamo solo dire che saranno rievocate sia la tradizione orientale che la dimensione pre-onirica dell’infanzia; come una finestra aperta su una dimensione parallela.
E’ affascinante seguire l’evoluzione di questo progetto, volutamente partito da zero e sfociato in un’opera collettiva perfettamente sinergica con gli spazi e coesa dal punto di vista artistico, inteso in tutte le sue forme.
Eloquente più che mai, nella sua essenzialità, l’intervento di Will Barras alla presentazione di Original Cultures, quando dice che, inconsapevolmente pur non lavorando insieme, i tre musicisti hanno prodotto un lavoro che si identifica pienamente con il lavoro dei visual artists e viceversa.
Questo è Original Cultures, chi verrà domani potrà entrare a far parte di un mondo parallelo in cui si può veramente parlare di performing arts nel senso più ampio del termine, dove la musica dal vivo interagisce con le esperienze più diverse dell’ambito visivo: dal live painting al video, passando attraverso la suggestione delle ombre cinesi.
Da oggi cambio di location, che si sposta dallo studio di Ericailcane agli spazi del Sì in via San Vitale 67 a Bologna, luogo deputato per l’evento conclusivo di sabato sera. E’ da oggi che le idee dei tre artisti prendono forma e interagiscono con lo spazio dandogli nuova vita.
Dopo gli interventi dei tre musicisti, che hanno permesso al pubblico di prendere parte alla gestazione del progetto, anche per quanto riguarda ERICAILCANE, DEM e WILL BARRAS, partono ufficialmente le prove in in loco che anche in questo caso dialogano con l’ambientazione scegliendo i linguaggi figurativi più diversi.
Altri elementi si aggiungono dunque alla composizione finale: L’interazione con lo spazio e la scelta di coniugare forme di espressione artisticha legate alla tradizione, che troppo spesso nell’arte contemporanea viene sottovalutata o messa da parte, con le tecnologie del video e dello screening.
Come giustamente ha detto Tayone, uno dei tre musicisti coinvolti nel progetto: “Non aspettatevi uno show come gli altri”. Né dal punto di vista musicale, né tantomeno da quello scenografico in cui gli artisti si riapproprieranno dell’ambiente rivoluzionando con esso l’intero spazio percettivo degli spettatori.
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Da Alarico Mantovani.
Sono arrivati i sub! E si sente…! Il Teatro San Leonardo rimbomba di bassi belli pieni e potenti mentre i Nostri sono all’opera sul materiale di ieri, per raffinarlo, ampliarlo e rielaborarlo al meglio. E’ già pronto un set di almeno una dozzina di pezzi, tutti preparati con impressionante rapidità, nell’arco di appena due giorni. Oggi pomeriggio, entrando in sala, pare evidente che il dialogo artistico stia decollando. La musica del trio assume un livello di fluidità palpabile, è rotonda e scorrevole ma incalzante… a tratti rivela qualche parentela con quei Glitch Mob su cui cadrà il discorso qualche ora più tardi…
Alle 18, come previsto, inizia il workshop dedicato alla sezione musicale di Original Cultures. Il pubblico si dispone nell’adiacente sala dello spazio Sì, dove si svolgerà lo show di sabato, ed assiste ad una dimostrazione in diretta video di Tay, 2tall e Tatsuki, un assaggio del lavoro che stanno allestendo. Il live demo viene ripreso tramite una telecamera e proiettato su un grande schermo. Al termine del set gli artisti raggiungono i convenuti ed inizia una conversazione/interazione/intervista, gestita e moderata dal sottoscritto e da Laurent Fintoni. La discussione tocca diversi argomenti: in primo luogo la differenza tra l’attività musicale che comunemente svolge un producer e la peculiarità offerta invece da Original Cultures, quella di poter interagire giorno dopo giorno, gomito a gomito, in un’atmosfera di cameratismo creativo e spirito di condivisione di un’esperienza inusuale.
Il focus si sposta poi sulle modalità operative che si sono stabilite tra gli artisti: ne emerge in sostanza una sorta di intercambiabilità, casualità ed eterogeneità dei ruoli in fase di composizione. La chiacchierata scivola quindi sul ruolo del produttore e su quelle che sono le difficoltà di mettere in scena un live davvero efficace ed esauriente al giorno d’oggi. Non potevo non chiedere infine quali sono i loro preferiti al momento e tra i nomi escono Flying Lotus, Mark Pritchard e diversi esponenti della scena dubstep. Ottime scelte direi… Le chiacchiere e gli scambi di pareri proseguono in cortile. Fine della seconda giornata.
Tre poetiche, tre artisti, tre modalità lavorative che si attivano per un progetto comune: questo quello che sta succedendo nella prima giornata di workshop del progetto pilota di Original Cultures.
I tre artisti all’opera sono DEM, ERICAILCANE e WILL BARRAS. Il progetto, in continua evoluzione, verrà costantemente seguito e documentato per porre l’attenzione non solo sul risultato finale ma su quelle che sono le dinamiche creative che stanno alla base dell’intera iniziativa.
Quello che ci interessa, infatti, oltre all’evento conclusivo che si terrà sabato 6 giugno, è focalizzare l’attenzione sui processi creativi, sulla creazione di quelle sinergie artistiche che permettono ad artisti diversi di confluire in un’opera collettiva comune pur mantenendo intatta la propria individualità e la propria riconoscibilità.
Sperimentazione oltre che ricerca di sinergia poiché i tre artisti sono legati ad un background figurativo, vicino alle pratiche pittoriche piuttosto che alla costruzione scenografica in senso stretto, il work in progress di oggi e dei prossimi giorni sarà quindi un processo di ricerca fondato su più livelli: quello personale da un lato e quello artistico dall’altro ai fini di produrre non un’opera d’arte statica, ma una sorta di mondo parallelo in grado di interagire con il suono e di diventare protagonista della performance.
Lo scopo della ricerca artistica del workshop è questo: allontanarsi dalle comuni scenografie teatrali per creare una realtà in cui vengano evocati personaggi onirici in un’opera collettiva in grado di accompagnare il pubblico in un mondo immaginifico.
Ai nastri di partenza il più in palla è Tatsuki: durante la conferenza stampa svoltasi al Museo della Musica dichiara di essere lieto ed orgoglioso di esibirsi qui a Bologna perché Hidetoshi Nakata (ve lo ricordate?), il più celebre calciatore proveniente dal Paese del Sol Levante, ha in passato vestito la casacca rossoblu. Risata generale.
Una volta giunti alla location destinata ad Original Cultures, i tre dj/producer si dispongono uno dinanzi all’altro su un ampio tavolo quadrato installato al centro del palco del teatro San Leonardo. Una sistemazione ideale per collaborare in progress e conoscersi: inizia così, dopo un lauto pranzo, la prima giornata di prove. Da questo momento cominciano ad edificare, beat dopo beat, scratch dopo scratch, il live set collettivo inedito che presenteranno sabato sera al pubblico. Tutti con i loro portatili, mixer ed i diversi controller che ciascuno ha scelto per l’evento. Tay e Tatsuki utilizzano principalmente i giradischi, con il nipponico circondato da apparecchiature della Korg, l’azienda per cui progetta ed esegue dimostrazioni di strumenti sempre più sofisticati, mentre 2Tall utilizza keyboards ed un drumkit minimale.
Si parte. Scaldano i motori, si annusano su ritmi un po’ sovraccarichi e Tay One propone di scendere su ritmiche un po’ più distese e sincopate: viene fuori una sorta di remix di “Harder, Better, Faster, Stronger” dei Daft Punk. I tre virano verso un abstract hip hop che poi si fa assolutamente convincente quando assume toni electro-hop su campioni di Kraftwerk e Run Dmc. Jim 2tall inserisce note eteree e traballanti che mi trasportano con la memoria alle atmosfere acquatiche dei Drexciya (Underground Resistance esclama 2tall!). L’amalgama e l’affiatamento sembra crescere sensibilmente con il passare del tempo. La jam successiva si concentra principalmente sulle percussioni, con ritmiche che si fanno piu incalzanti ed una maggior attitudine esplorativa, alla ricerca.
La confidenza tra i tre è ormai piu che buona, complice il gelato al pistacchio elogiato a gran voce da Tatsuki… Ora ci avviciniamo a forme innovative con beat possenti come alcune delle migliori produzioni degli ultimi tempi, vedi l’ultimo Dr. Who Dat?, ma al contempo cerebrali, alla Flying Lotus, con interessanti derive wonky beats, molto Harmonic 313 e Joker. Il livello di coinvolgimento empatico giunge al culmine e così anche la capacità espressiva. A questo punto Laurent Fintoni, durante una pausa, fa il punto della situazione: visti i buoni esiti che si stanno raggiungendo sembra opportuno allungare la durata del live set collettivo a scapito di quelli individuali. Su questo mi trovo perfettamente d’accordo. L’appuntamento è per la giornata successiva.