Da Cristina Balma Tivola
Incontro Alessandro davanti alla stazione ferroviaria di Dalston Kingsland a mezzogiorno. Laurent, colui col quale ho sinora intrattenuto i contatti via email con Original Cultures, arriverà più tardi. Il mio interesse verso il progetto nasce da un errore interpretativo rispetto alle intenzionalità del progetto e dell’associazione. Ma come spesso capita in questi casi, l’errore è foriero di una piacevole sorpresa, e mi ritrovo a discutere con Laurent, sulla base di quanto visto e letto online della realizzazione dell’analogo evento a Bologna lo scorso anno, come potrei parteciparvi. La proposta che mi viene fatta è quella di seguire il processo produttivo e di scriverne di questo per loro conto. Documentare il ‘dietro le quinte’ di una produzione artistica: cosa potrebbe esservi di più affascinate per un’antropologa che ama conoscere le persone, le motivazioni dietro le loro scelte e le ragioni di inspirazione, le modalità di relazione tra gli artisti e le finalità del loro lavoro, senza parlare della curiosità verso la crescita del medesimo progetto fino alla sua restituzione e condivisione pubblica? E quindi accetto felicemente.
Alessandro mi guida attraverso il mercato di Ridley Road fino allo studio di Hiraki Sawa, che contribuirà al progetto sia mettendo a disposizione il proprio spazio creativo, sia il proprio stesso contributo come artista visivo, a integrazione del lavoro di DEM, Ericailcane e Will Barras. E’ una bella giornata di sole in East London, ed è un viavai di gente di diversa origine culturale che gira tra i banchi in cui arrivano prodotti da tutto il mondo (e in particolare dall’area africana e caraibica, in questo quartiere). Ci facciamo strada tra tessuti nigeriani multicolori e donne nordafricane con bambini piccoli nei passeggini, ambulanti di fuochi d’artificio e bancarelle di banane, ocra, canna da zucchero e tuberi sconosciuti di varia forma. Un edificio a lato del mercato ospita alcuni studi, e tra questi quello di Hiraki, sede temporanea per il lavoro dei quattro artisti visuali.
Attraverso corridoi con funzione di ripostigli per giungere infine allo spazio in cui lavorano i nostri: una stanza grande ed estremamente luminosa, pochi materiali utili per il lavoro (pile di fogli A4, treppiede e macchina fotografica, penne, matite e lavagna luminosa) e su un tavolino a destra dell’ingresso tutto il necessario per prepararsi tazze di caffè e di the – come nella migliore tradizione d’ospitalità che ho già più volte verificato in questa Londra, spesso superficialmente liquidata come ‘capitale della solitudine’. Come sentirsi a casa anche al lavoro.
“Questa è una cosa importante” – dice Alessandro mentre mi spiega il progetto – “che loro [gli artisti] si sentano tranquilli, possano lavorare in modo efficace (perché hanno poco tempo, obiettivamente) ma senza stress, potendosi concentrare e vivendosela bene”. Che tutto proceda ‘morbido’, sia in termini produttivi che relazionali e questa è la prima sensazione che colgo – io che vengo da fuori e da un altro mondo esperienziale.
Il progetto consiste nel realizzare sagome e disegni dove questi ultimi, montati in stop-motion, restituiranno animazioni da proiettare insieme alle musiche per una durata complessiva di 45 minuti di showcase. Una sfida, considerato il breve tempo disponibile. Eppure questa giornata si sta svolgendo apparentemente senza stress. “Quanti soggetti farete?” – chiedo. “Tutti quelli che riusciamo a fare” – risponde DEM.
La delicatezza di questo equilibrato e continuo processo produttivo è tale che mi trattengo dal fare domande per non rompere l’incanto di una situazione che funziona – io che mi sto, man mano che guardo, elaborando la mia solita ‘scaletta’ di curiosità da soddisfare.
Laurent arriva con quantità ingenti di cibo, tra cui torte salate, patatine e pasta condita all’italiana con pomodoro e olive. Racconta le novità sul posto in cui fare la proiezione, tiene le fila degli accordi che man mano si stanno sviluppando, coordina i contatti per le varie soluzioni ancora da trovare.
Anche più tardi, nel pomeriggio, verranno illustrate difficoltà inaspettate e artisti e organizzatori lavoreranno insieme per trovare una soluzione valida. Ma il tutto nella tranquillità più estrema, non per superficialità quanto per – probabilmente – abitudine a lavorare con scadenze brevi e disseminate di imprevisti con i quali confrontarsi e trovare invisibili soluzioni rasenti l’artigianale.
L’artigiano nel nostro immaginario è l’artista che crea con pochi mezzi e che, a seguito di una competenza acquisita (se non conquistata) con la pratica, realizza prodotti che incantano da premesse semplici che diventano gioielli nelle sue mani. Come in una danza, i tre disegnano, colorano, dipingono, intagliano, ricalcano e poi – a coppie – fotografano, animano e commentano la riuscita dei ‘brani’ iniziali di queste sequenze. Come in una danza, in cui le parole per darsi istruzioni sono poche – perché l’affiatamento è una premessa già certa.
“Vorrei che ci lavorasse sopra come vuole lui, cioè, sono curioso di vedere cosa fa da delle cose molto semplici che gli do io. Oggi ha fatto un’animazione, da quello che gli avevo dato, che a me è piaciuta molto” – dice DEM su Hiraki ad Alessandro e Ericailcane. A cena tutto il gruppo di artisti, tanto quelli che si occupano della parte visiva, quanto quelli che si occupano di quella sonora, si ritrova, con l’ulteriore aggiunta di amici – abitualmente separati da confini e distanze – che per una sera partecipano e scherzano, come se si fossero separati il giorno prima.
Poi, lo stesso Marco, comincia timidamente a chiedergli informazioni e invita calorosamente Hiraki a lavorare su quello che lui gli può dare. Il rispetto reciproco è profondo, così come la curiosità di vedere come il lavoro di un’altra persona può trasformare e reinventare il tuo.
L’ultima considerazione della serata è di Om Unit: “Non abbiamo pensato a qualcosa che vogliamo comunicare a chi verrà, abbiamo solo deciso che sarà musica che si potrà ballare, anche se io faccio un certo tipo di cose, lui ne fa altre più estreme… però nessuno di noi è andato all’estremo di ciò che fa. Sappiamo vagamente ciò che faranno per la parte visiva, ma non ci stiamo influenzando reciprocamente. Se immagine e suono si fonderanno e andranno di pari passo bene, se saranno assolutamente in contrasto, bene lo stesso. Scopriremo come sarà quando faremo lo showcase”. Un lavoro di una squadra di artigiani già affiatata, ma curiosa di lasciare spazio al caso e incantarsi essa stessa del potenziale esito del sincretismo.
DEM prende un foglio A4, e ricomincia a disegnare occhi e bolle.
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