live painting

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Da Giorgia Soncin.

“Mono no aware (物の哀れ) è un termine giapponese usato per descrivere la consapevolezza della precarietà delle cose ed il lieve senso di rammarico che comporta il loro trascorrere.”

E’ cosi che ci si sente una volta accese le luci nel momento il cui Laurent chiede gentilmente al pubblico di lasciare il teatro perché è ora di chiudere…

Il termine giapponese è un po’ forte forse, ma rende bene l’idea se lo si associa ad un senso globale di soddisfazione e pace dei sensi tipico di quando si è esattamente dove si vorrebbe essere e nel momento più opportuno.

In poche parole: it’s the place to be.

Con oggi si chiude il cerchio, nei giorni passati gi artisti hanno creato, interagito e condiviso. Quello che gli spettatori hanno potuto vedere (che comunque non è poco) è solo una parte del lavoro; dietro a cui c’è un processo di creazione lontano dalle logiche di mercato e guidato dalla volontà e dal piacere di vivere l’arte con passione senza la ricerca forzata di risultati effimeri.

In questa giornata conclusiva gli artisti sono andati avanti con i lavoro in loco.

Per chi non c’era, quella che è stata realizzata è una scenografia all’interno e all’esterno dello spazio teatrale, nel cortiletto adiacente al Sì.

All’interno gli artisti hanno ricreato uno spettacolo di ombre cinesi in movimento, utilizzando come supporto, quattro giradischi settati su diverse velocità.

Sagome tagliate interamente a mano rese ancora più suggestive dall’uso del colore, proiettate sui muri, circondavano gli spettatori trasportati in un mondo magicamente ovattato.

Sul muro frontale, contemporaneamente, veniva proiettato un video, a cui gli artisti avevano precedentemente lavorato, in cui tutti i personaggi- ombra danzavano e si muovevano interagendo con il suono in un balletto meccanico che non poteva non coinvolgere chi partecipava alla performance.

A poche ora dalla conclusione posso dire che più che un semplice spettacolo, questo può essere definito come un esperimento di gesamtkunstwerk, un ritorno alla ricerca della totalità delle arti attraverso la loro fusione.

Artisti che si impossessano e danno forma agli spazi sia interni che esterni poiché, nonostante la stanchezza e il lavoro di montaggio, cutting e installazione di video e ombre, i cortile non è stato lasciato anonimo.

ERICAILCANE, DEM e WILL BARRAS hanno infatti intagliato tre sagome e riprendendo il tema delle ombre utilizzato per la scenografia interna, e hanno pensato di proiettarle su un grande muro creando qualcosa di veramente spettacolare e inatteso

Come se non bastasse, perché l’arte è evidentemente una forma di addiction, i tre artisti si sono concessi una parentesi pittorica di live painting in orario aperitivo, in cui si sono cimentati in un trittico incrociato con scambi di posizione e interventi sovrapposti utilizzando peraltro soltanto tre colori, nella totale semplicità ma regalando allo spazio un’opera d’arte veramente originale e significativa.

Questo intervento, nello specifico, ha attratto molti spettatori, e posso dire di esserne fiera per due motivi sostanziali: uno è legato al concetto di trasparenza che Original Cultures si è riproposto fin dal primo giorno, quello cioè di documentare e rendere totalmente visibili, dall’esterno, i processi creativi e le dinamiche organizzative del progetto; sia per coinvolgere il pubblico, sia per avere un valore aggiunto rispetto agli eventi pacchetto a cui ci hanno abituati, format standardizzati in cui gli artisti spesso suonano solo perché pagati e si propongono con un approccio sterile e privo di calore in un ritorno alle dinamiche di commissione che dovrebbero essere ormai superate da tempo.

L’altro motivo è legato all’approccio che Original Cultures ha volutamente cercato di instaurare con gli artisti coinvolti e con l’intero staff.

Fin dal giorno 1 si è creata tra tutti, artisti e non, una grande complicità, una sinergia che ha reso possibile a ciascuno di compiere il proprio lavoro nel migliore dei modi, senza la pesantezza data da un senso del dovere imposto dall’alto.

E il risultato mi pare quanto mai eloquente.

In questi giorni abbiamo pensato insieme, riflettuto, riso, mangiato gelati, cercato soluzioni ottimali a problemi inaspettati e non preventivati.

Nessuno di noi sapeva quale sarebbe stato il feedback del pubblico perché nessuno realmente sapeva in cosa sarebbe sfociato questo esperimento in diretta, questo tentativo di creare qualcosa dal basso, qualcosa che mettesse in relazione artisti tanto diversi e discipline tanto diverse.

Parlando con i visual artists è venuto fuori anche da parte loro lo stupore nel vedere come musica e installazioni fossero inconsapevolmente complementari andando ben oltre le aspettative.

Credo che situazioni del genere debbano andare ripetute, soprattutto in un paese come l’Italia, in cui la cultura e la sperimentazione artistica sono continuamente vittime dell’ingerenza da parte di finalità definite erroneamente “valori”; in cui l’arte, in tutte le sue modalità espressive si trova ad essere spesso soffocata dalla ricerca compulsiva del prodotto a scapito di quelli che sono i reali processi creativi che fanno l’opera finale.

Indirettamente, il nostro è stato un tentativo di recupero, Original Culture, come ricerca di recuperare i valori originali delle arti, quali la condivisione e la creatività non saturata dal mercato e dal business.

Se è vero che ogni stop è solo un altro start ci auguriamo tutti che questo sia solo l’inizio…attendiamo con ansia luglio…

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I visual artists sono al lavoro già da un paio d’ore all’esterno, intenti a dipingere sui muri del cortile e a tramutarne l’atmosfera con magiche ombre cinesi, quando Tatsuki da il via allo show musicale all’interno del Sì. E’ un piacere constatare che l’afflusso è già notevole. In breve tempo i convenuti si assiepano intorno al palco, strategicamente allestito in mezzo al salone, circondandolo. In alto, ad ogni angolo sono sistemati profili di figurine rotanti realizzati ad hoc e le cui ombre, proiettate, danzano sui muri in un folle girotondo.

Il giapponese realizza un set solista incentrato su ritmiche assolutamente minimali, in cui ha messo in luce tutta la sua perizia nell’uso della strumentazione Korg, dal mixer Zero4 al Kaoss Pad. Una prova particolare la sua, che ha lasciato perplessi non pochi in sala ma che ha rivelato un’anima, un background ed un approccio culturale desueti, non soltanto tecnicismi.

Il testimone passa dunque a Jim 2Tall/Om Unit: i ritmi si alzano, le teste cominciano a muoversi, i beat iniziano a farsi più pesanti ed in questa ricerca tra nuova elettronica ed abstract hip hop si erge il remix di Digidesign di Joker, sicuramente uno dei pezzi del momento… comincio ad annuire, buon segno…

Il pubblico è ormai caldo quando arriva la portata principale: sul palco salgono tutti i musicisti coinvolti nel progetto. Tatsuki riprende la sua postazione, 2Tall resta al suo posto, salgono in pedana Tayone e Bruno Briscik, a tutti gli effetti il quarto membro di questa neonata formazione. Come ho già ricordato nelle precedenti cronache, il set che è stato preparato ex novo nel corso di questi giorni è assolutamente poliedrico e travalica il semplice turntablism. Ne avevo soppesato la capacità di intrattenimento e non avevo dubbi a riguardo: chi sarebbe stato presente si sarebbe divertito, se la sarebbe spassata. Così è stato, complice l’abbraccio della folla. Si passa così, come in una sorta di caleidoscopio stilistico di cui è impossibile descrivere ogni passaggio, da episodi più “dance” ai suoni più secchi e taglienti dell’electro-hop (con Jim alle keyboards a farla da padrone), da parentesi jazzy che esaltano il ruolo di Briscik sulle corde del suo violoncello elettrico e lo scratch morbido ed espressivo di Tayone (si ricompongono i Rajasful in altro contesto) sino a momenti di climax in cui i beat ed il boom bap si fanno davvero possenti e le sonorità addirittura abrasive e mi esce un “wow!” e attorno a me ragazze che approvano e fischiano come camionisti e la folla ondeggia e sembra di stare ad una festa di quartiere più che ad un classico concerto… l’empatia è reale, palpabile… Al termine è un’ovazione a sottolineare la bontà dell’operato.

La domanda che sorge spontanea è: verrà dato seguito a questa collaborazione? Lo spirito sperimentale dell’intera operazione Original Cultures non poteva lasciarmi con un punto interrogativo migliore di questo. Alla prossima.

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